
Scritto e diretto da Antonello Panero, il racconto gira attorno al personaggio di un uomo (interpretato magistralmente dallo stesso Panero) che affronta una terribile malattia, e i suoi medici, interpretati da Massimo Chionetti e Davide Debertolo.
Si evince sin dalla prima battuta, lo stile e la forma della narrazione, la mentalità dei dottori troppo legata alla scienza e poco incline alle reazioni della natura umana, contrapposta alla semplicità, al sarcasmo e l’ironia del malato, le quali ci proiettano in una sorta di limbo, dove non si capisce bene chi cura, chi guarisce e neppure chi è malato.
“Che differenza c’è tra l’amore e la morte?” “Un apostrofo e una T”
La storia viene inframmezzata da due ballerini, che danzano tra un brano romantico di Bryan Adams e un altro dei Chemicals Brothers, il primo a richiamare il disincanto dei momenti felici e il secondo a citare molto probabilmente le tribolazioni delle cure del sofferente.
Lo “zio” Antonello ci regala un momento dal quale trarre utili riflessioni sui veri valori della vita, l’amicizia, l’amore e lo fa con una serenità talmente incisiva da apparire quasi cinica.
A vincere non sarà mai la malattia, finchè il cuore dell’uomo sarà in grado di andare oltre.
A concludere questa recensione, non è mia intenzione esprimere un opinione sullo spettacolo, profondo e toccante già di suo, ma vorrei citare l’autore: “Prima le cose le vedevo, …adesso le guardo!”
Grazie zio